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"Le Stanze delle Meraviglie - da Simome Martini a Francesco Mochi"



Alessandra Cannistrà

In attesa dell’attuazione completa e definitiva del progetto museale, importante e complessa iniziativa culturale, si è pensato di offrirne un’anticipazione con la mostra “Le stanze delle meraviglie. Da Simone Martini a Francesco Mochi. Verso il nuovo Museo dell’Opera”. Essa consente realmente un accesso privilegiato al ‘dietro le quinte’ di un museo nuovamente in fieri che lascia intravedere la ripresa sistematica degli interventi conservativi e della ricerca scientifica, e il loro progresso incoraggiato dalla collaborazione e dal sostegno di tutti gli enti presenti nella mostra stessa, ma soprattutto dall’interesse e dall’aspettativa della città. Naturalmente, tale anteprima implica una semplificazione degli apparati espositivi che rispecchiano il carattere sperimentale e provvisorio dell’allestimento: nella sede dei Palazzi Papali si è comunque cercato, anche in aderenza con il progetto adottato per il nuovo Museo, di rispettare quanto più possibile sia il criterio cronologico sia l’affinità tematica o stilistica, ma, nello stesso tempo di consentire un percorso visivo unitario e continuo, nonostante la concentrazione degli spazi per ora disponibili. Nella chiesa di Sant’Agostino, interessante struttura medievale che accoglie al suo interno, accanto ai sobri e torniti elementi architettonici originali, un imponente allestimento di altari tardo-barocchi, si è voluto utilizzare il ‘contenitore’ come fonte di suggestioni per una nuova contestualizzazione delle opere esposte. Le due sedi, incluse idealmente –ma anche materialmente attraverso la promozione del biglietto unico- nel percorso di arte e storia che culmina nella Cappella di San Brizio in cattedrale, restituiscono alla fruizione una serie di opere di grandissimo valore storico-artistico che attraversano un arco di cinque secoli. Esse rispecchiano la vastità e la varietà del patrimonio raccolto e conservato dall’Opera del Duomo: un materiale composito ed eterogeneo che venne a comporre quel “museo della città” che ne costituisce inestimabile testimonianza delle vicende storiche, dei mutamenti architettonici ed urbanistici, ma anche della storia famigliare, sociale ed economica della sua comunità e del suo territorio, e certamente, oggi più che mai, risorsa determinante per la valorizzazione di emergenze artistiche periferiche al cui rilancio è legato lo sviluppo e la riqualificazione dei flussi turistici. Filo conduttore di questo percorso, la storia comune della città e della sua cattedrale. Esordio ed anche conclusione del circuito è la cattedrale di Santa Maria della Stella, capolavoro dell’architettura medievale, che si offre in tutti quei valori spirituali ed artistici che ha nel tempo espresso e prodotto. In particolare, essa accoglie e diffonde quell’Umanesimo cristiano che si manifesta nel nuovo linguaggio rinascimentale della Cappella Nova e degli affreschi di Luca Signorelli: essi senza dubbio costituiscono un fulcro d’interesse per la storia dell’arte, soprattutto dopo i restauri e gli studi promossi in collaborazione con la Soprintendenza dell’Umbria nel corso degli anni 1980-90. Quindi i Palazzi Papali, straordinario complesso architettonico medievale affiancato alla cattedrale, nelle cui quattro sale è stata esposta in progressione cronologica una selezione critica di sculture, dipinti e manufatti delle varie arti decorative, dal Duecento alla prima metà del Seicento, molti dei quali recuperati grazie a specifici interventi di restauro condotti in questi anni con il supporto della Soprintendenza dell’Umbria, talvolta in collaborazione con l’Istituto centrale per il Restauro, e spesso con la partecipazione di enti finanziatori. Si tratta in particolare di opere di grande valore, che testimoniano, per la città di Orvieto, una dimensione storica di centro artistico e culturale di primo piano che giunge indubbiamente fino all’epoca moderna. Basterà ricordare la Madonna in trono con Bambino già attribuita al pittore fiorentino Coppo di Marcovaldo (1270ca), che documenta, allo stesso modo delle coeve opere di Cimabue, le nuove tematiche devozionali introdotte nella tradizione iconografica di ascendenza bizantina. Quindi, le due opere di Simone Martini, il Polittico di San Domenico (1321ca) ed il pannello centrale del Polittico di San Francesco (1321-25), che diffondono localmente le novità della pittura senese ed attestano la crescente importanza degli ordini mendicanti e delle loro sedi cittadine. Per la scultura, le piccole statue acefale dei due Angeli turiferari di Arnolfo di Cambio (1282 ca), riconducibili al monumento funebre del cardinale de Braye nella chiesa orvietana di San Domenico, costituiscono una presenza determinante anche in relazione alla fase iniziale del cantiere della cattedrale dove, allo stesso modo, convergono riscoperta dell’antico e novità del gotico d’oltralpe. Ad esse si affiancano alcuni capolavori della scultura trecentesca, ancora connesse ai maestri della “fabbrica” orvietana, e preziose produzioni dell’ebanisteria e dell'oreficeria senese della stessa epoca, richieste dalla committenza locale, come gli elementi originali del coro ligneo della cattedrale –primo lavoro di tarsia lignea eseguito da Giovanni Ammanati di Siena e dalle altre maestranze che lo affiancarono a partire dal 1330, e l’unico, per antichità, pervenutoci- o come il Reliquiario di San Savino, massimo esempio dell’eleganza gotica, realizzato da Viva di Lando e Ugolino di Vieri, quest’ultimo artefice della splendida custodia del sacro Corporale. Numerosa ed importante è anche la serie di affreschi staccati del XIV secolo riconducibili alla “grande officina” orvietana, che documenta, da una parte, l’alunnato e talvolta gli autonomi sviluppi di molti artisti formatisi presso il cantiere del duomo e sotto la guida di Ugolino di Prete Ilario- è il caso di Piero di Puccio che esordisce sui palchi della cappella del Corporale, o di Cola Petruccioli e Andrea di Giovanni già riconoscibili negli affreschi della tribuna-, dall’altra, l’influenza e la diffusione, negli ultimi decenni del Trecento, del linguaggio pittorico orvietano in molte zone dell’Italia centrale. Tra le opere rinascimentali, oltre ad interessanti brani di dipinti murari quattrocenteschi provenienti da chiese o conventi in parte non più esistenti, sono stati esposti in anteprima, dopo lunghi ed accurati interventi di restauro, alcuni paramenti sacri quattrocenteschi di speciale pregio e stato di conservazione, come il corredo delle vesti liturgiche del vescovo Vanzi, i cui ricami, eccellenti per qualità tecnica e pittorica, derivano da cartoni di Bartolomeo di Giovanni, Raffaellino del Garbo e Sandro Botticelli. Un rilievo eccezionale ha, senza dubbio, anche la tavola con la Maddalena eseguita dal Signorelli nel 1504 per l’altare, all’interno della cappella Nova in duomo, dedicato alla santa come protettrice della città e “conservatrice” della pace e della moralità. Infine, la serie dei dipinti manieristi, tassello mancante e trascurato negli studi di quest’ambito, alcuni dei quali riproposti per la prima volta dopo il restauro. Tredici grandi tele ed una tavola dovuti ai grandi protagonisti dell’arte della Controriforma: Nicolò Circignani detto il Pomarancio, Girolamo Muziano e Cesare Nebbia, e provenienti dagli altari laterali della cattedrale smantellati alla fine dell’Ottocento. Insieme ai due dipinti su pietra di Federico Zuccari non inclusi in questa mostra in quanto inamovibili da palazzo Soliano, queste opere costituiscono una testimonianza fondamentale per ricostruire non soltanto la facies del “duomo riformato”, deturpata irreparabilmente dalle distruzioni ottocentesche, ma non perduta grazie a questi preziosi documenti; ma soprattutto la vitalità della Orvieto di fine Cinquecento come laboratorio di sperimentazione della nuova “dottrina per immagini” promossa dai decreti tridentini, di un nuovo metodo di comunicazione dei contenuti di fede attraverso la sollecitazione psicologica ed emotiva, e di un nuovo linguaggio artistico che utilizzava gli stilemi più innovativi dei grandi maestri del tardo Rinascimento, in una sintassi funzionale e di grande efficacia didattica. Ultima tappa di questo percorso espositivo è la chiesa dell’antico convento di Sant’Agostino, nel nucleo medievale della città, che ha accolto, in tutta l’eccezionalità dell’evento, il gruppo scultoreo dell’Annunciazione di Francesco Mochi (1603-1608) ed il complesso delle 12 monumentali statue degli Apostoli realizzate tra la fine del XVI e l’inizio del XVIII secolo da Raffaello da Montelupo, Francesco Mosca detto il Moschino, Ippolito Scalza, Giambologna, Giovanni Caccini, Francesco Mochi, Ippolito Buzi, Bernardino Cametti. Le due statue dell’Angelo annunciante e della Vergine annunciata erano originariamente collocate nella tribuna della cattedrale, ai lati dell’altare maggiore, mentre le altre si susseguivano, in maestosa teoria, addossate ai pilastri nella navata centrale: nonostante la loro forte carica simbolica –gli Apostoli e la Vergine come una “Pentecoste” posta a fondamento della stessa cattedrale- furono epurate anch’esse dal rigorismo purista ottocentesco e post-ottocentesco, espulse ed emarginate dallo spazio liturgico per il quale erano state concepite e realizzate, per poi subire una collocazione museale del tutto marginalizzata. Oggi, dopo esattamente 110 anni dalla loro rimozione dal Duomo, riemergono dalle casse d’imballaggio che ne inibivano del tutto la visione e lo studio, e vengono finalmente ritrovate, liberate, ri-animate ed esibite in questa sede provvisoria –e provocatoria- proprio nell’intento di promuoverne la riscoperta definitiva, un nuovo appassionato interesse di fruizione e di studi. In questo modo, il Museo dell’Opera torna a testimoniare il legame ancora vivo con un passato di grandezza e di storia, e riscopre la sua vocazione come “museo della città”: quella di riproporne e tenerne viva l’identità spirituale, di valorizzarne il patrimonio storico-artistico e di contribuire al suo rilancio secondo una rinnovata analisi delle potenzialità ancora sottovalutate nell’ambito delle politiche del turismo e, in generale, delle più moderne strategie culturali.

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